Una farfalla tra i divi. Roma e la grande bellezza.

Martina, chi sei?
Mi chiamo Martina Riva, friulana doc, romana d’adozione ma amante del mondo. Sognatrice incallita, giornalista dentro, festaiola impenitente, buddista convinta.

La televisione dipinge San Lorenzo come un crogiolo di malavita e spaccio, cos’è nel 2016 osservandolo dalla tua terrazza?
“Odi et amo”. E’ questo il rapporto che ho con il mio quartiere. Detesto il rumore eccessivo delle centinaia di persone che ne affollano le strade, specie nelle serate estive. Non sopporto l’inciviltà di coloro che imbrattano i muri delle case e dei locali. Ucciderei coloro che lasciano immondizia e spazzatura agli angoli delle vie. E sì, è vero: di spaccio ce n’è tanto (e lo vedo anche sotto casa) e gli episodi di malavita non sono frequenti ma di certo non mancano. Però non posso fare a meno della sensazione di non essere mai sola che provo ogni volta che metto piede fuori dal portoncino di casa. Adoro la cordialità dei commercianti che incontro per la strada, che mi riconoscono e mi fanno sentire una del quartiere, tanto che per qualsiasi cosa possa succedermi ho un punto di riferimento sicuro e affidabile. Amo il fatto che ho tutto a portata di mano, e che quando scendo e voglio andare in un locale, ho solo l’imbarazzo della scelta (e i gestori sono ormai quasi tutti amici). San Lorenzo è il mio quartiere: popolare e verace, incasinato e casinista, rumoroso e generoso, festaiolo e appassionato. E io un po’ gli assomiglio.
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La sensazione che hai provato quando hai visto per la prima volta Piazza del Popolo.
Mi sono sentita una formichina. Ricordo benissimo di esserci arrivata attraverso la porta di Piazzale Flaminio. Camminavo distrattamente, con la musica del mio inseparabile IPod nelle orecchie. Improvvisamente sono stata travolta dalla maestosità e dalla bellezza di questa piazza, che mi ha stregato e conquistato per sempre. Un vero colpo di fulmine. Ogni passo in avanti, un nuovo stupore nello scoprire la ricchezza artistica e la grandiosità di quel luogo, nel constatarne la simmetria e la vivacità, nell’essere avvolta da quella luce calda e antica, e da quel sapore di storia e di vita. Prima l’obelisco, poi le chiese gemelle, la fontana di Nettuno, la terrazza del Pincio, la vista di Piazza Venezia alla fine di Via del Corso: ogni nuovo sguardo, un nuovo brivido.

Dice Piovene nei suoi appunti di viaggio dal 1953 al 1956: “tra i motivi per cui, quasi un secolo fa, alcuni si rammaricarono che Roma diventasse capitale d’Italia, scartati quelli frivoli e contingenti, si può isolarne uno più serio. Roma, fu detto, è troppo grande e universale, troppo grave di storia per essere la capitale di una nazione singola di media grandezza. Roma capitale sarà per le spalle degli italiani un fardello troppo pesante. Li fisserà a un passato scomparso, ostacolando lo sviluppo della nazione nuova. Rinfocolerà in essi l’illusione retorica d’essere gli eredi di Roma antica; porterà sogni di potenza e ambizioni senza misura”, che ne pensi?
Secondo me il passato di Roma, e dell’Italia in generale, non deve essere vissuto come un fardello, come un peso, un ostacolo allo sviluppo. Dovremmo invece considerarlo come un grande orgoglio, un’eredità di cui essere fieri, una ricchezza che forse nessun altro popolo può vantarsi di avere. E senza arroganza e presunzione, riuscendo piuttosto a valutare in modo obiettivo le conquiste e i disastri del nostro passato, dovremmo usarlo con modestia e saggezza per costruire al meglio il nostro futuro. La genialità italica, il guizzo artistico, la capacità di cavarsela in ogni situazione, il gusto e l’inventiva sono nostre caratteristiche da sempre: e ovviamente il passato ha contribuito ad accentuarle e svilupparle.
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Piazza Navona, ci siamo seduti a chiacchierare sul bianco nero in fotografia e sull’etica del ritratto. Cosa ti lega a quel grande spazio che hai associato a Montmartre?
Il fascino di Piazza Navona, per me, è legato oltre che alle sue evidenti meraviglie architettoniche, ai tanti artisti di strada che sempre affollano i suoi spazi. C’è un’atmosfera molto particolare in questa piazza a forma di stadio: sarà il vociare dei turisti che si accalcano attorno alle fontane, il fascino dei palazzi e delle chiese che vi si affacciano, l’aria vacanziera e rilassata che si respira in questo luogo… Piazza Navona ti conquista con i suoi ritmi rallentati, col suo sapore di Roma barocca, con l’allegria dei passanti che ammirano il lavoro dei pittori o le esibizioni dei vari performer. Oggi a Piazza Navona mi lega soprattutto il mio amore per il Brasile: frequento regolarmente l’Ambasciata brasiliana, che ha sede presso palazzo Pamphilj.
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Quanto Roma riesce a cambiare una persona che vi si trasferisce? Cosa succede quando la mondanità e il chiasso della capitale iniziano a scorrere nelle vene?
Personalmente posso dire che il contatto con Roma e i suoi abitanti ha avuto un’influenza non da poco sul mio carattere. Se all’inizio ero intollerante nei confronti dei romani e del loro stile di vita più “rilassato” e a tratti menefreghista (per non dire talora arrogante), ora per molti aspetti lo imito e lo capisco: la rigidità e il rigore nordici sono una gran bella cosa (della quale vado fiera), ma vanno usati con cautela. Vivere accanto ai romani mi ha fatto imparare che bisogna dare la giusta priorità alle cose, che prendersela per accadimenti non troppo importanti (e spesso inevitabili) è inutile e dannoso. Ho imparato che la vita va presa con maggiore rilassatezza, e soprattutto che bisogna godersela di più: il lavoro è importante, fondamentale, ma l’esistenza di una persona è fatta di tante altre piccole godurie quotidiane, rilevanti tanto quanto il lavoro. Ho mantenuto dunque la mia integrità e la mia disciplina, ma ho appreso per bene il significato della parola “sticazzi”!
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Sulla terrazza del Pincio ci siamo confrontati su una riflessione di Verdone circa il film la Grande bellezza. La solitudine. I tuoi luoghi del cuore romani sembrano richiamare l’esatto opposto, cosa ne pensi? Roma avrebbe bisogno di un po’ di solitudine? 
Mi risulta un po’ difficile accostare le due parole “solitudine” e “Roma”: per loro natura la città e i suoi abitanti sono caciaroni, caldi, accoglienti, ospitali. Per quanto mi riguarda la solitudine, nella giusta misura, è qualcosa di utile e positivo per chiunque: quindi sì, a Roma farebbe bene un po’ di solitudine, ma troppa ne snaturerebbe l’indole. Per quanto riguarda me, ho bisogno di stare in mezzo alla gente, di sentirne il calore, di essere avvolta sempre da affetto ed energia; ma non nego che accade anche che a volte io abbia bisogno di stare sola con me stessa a riflettere e ragionare.
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Quali sono i sentimenti che emergono dai tuoi luoghi del cuore? Esiste una punta di malinconia?
Credo che i miei luoghi del cuore contengano e trasudino gioia ed allegria, in realtà. Piazza del Popolo, San Lorenzo, Piazza Navona mi trasmettono energia, vitalità, voglia di rapporti umani, tutte cose di cui ho disperatamente bisogno. La malinconia può nascere dalla constatazione che ci sono stati dei periodi nella mia vita in cui ho patito molto la mancanza di queste cose. In generale però sono luoghi che associo solo a sentimenti positivi e importanti.

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