Trieste a piedi nudi

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” Andiamo! Ti porto dove le cime delle barche a vela tintinnano a ritmo del mare e il tramonto si nasconde tra le nuvole”
Mi infilo il casco, le porgo il secondo e realizzo che ha la gonna:
”  Sali sulla Vespa lasciando le gambe di lato, è un eredità storica degli anni 50 che tornerà di moda” rispondo io.
Dopo 10 minuti di slalom tra le code d’automobilistiche dirette all’aperitivo serale entriamo nel molo. Trieste mi ammutolisce. Regala riflessi, tramonti, ombre e luci come solo lei sa fare.
Umberto Saba è riuscito a catturane il carattere in poche e precise righe:

“Ho attraversato tutta la città.
Poi ho salita un’erta,
popolosa in principio, in là deserta,
chiusa da un muricciolo:
un cantuccio in cui solo
siedo; e mi pare che dove esso termina
termini la città.

Trieste ha una scontrosa
grazia. Se piace,
è come un ragazzaccio aspro e vorace,
con gli occhi azzurri e mani troppo grandi
per regalare un fiore;
come un amore
con gelosia.
Da quest’erta ogni chiesa, ogni sua via
scopro, se mena all’ingombrata spiaggia,
o alla collina cui, sulla sassosa
cima, una casa, l’ultima, s’aggrappa.
Intorno
circola ad ogni cosa
un’aria strana, un’aria tormentosa,
l’aria natia.

La mia città che in ogni parte è viva,
ha il cantuccio a me fatto, alla mia vita
pensosa e schiva.”

Il sole scappa ad illuminare un’altra parte di globo, io mi tolgo le scarpe, monto scalzo sulla  “negra” e lascio che il vento dell’andare mi faccia il solletico.

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