“Tajamo, è mejo”

Nella notte tra l’1 e il 2 Novembre 1975 il mare che fa il solletico alla spiaggia di Ostia mescola la sua musica con urla e sangue. Le baracche abitate da pescatori, abusivi e scaje ascoltano probabilmente tutto. Mai parleranno. Via dell’idroscalo si scioglie piano nel vetro dello specchietto retrovisore, mentre io e la “Negra” puntiamo a Nord. Alcune parole ronzano sopra il rumore del motore:

“ Anche la realtà dei corpi innocenti è stata violata, manipolata, manomessa dal potere consumistico, anzi tale violenza sui corpi è diventato il dato più macroscopico della nuova epoca umana (…) I giovani e i ragazzi del sottoploretariato romano se ora sono immondizia umana, vuol dire che anche allora potenzialmente lo erano. Erano quindi degli imbecilli costretti a essere adorabili, degli squallidi criminali costretti ad essere simpatici malandrini, dei vili inetti santamente innocenti. Il crollo del presente implica il crollo del passato. La vita è un mucchio di insignificanti e ironiche rovine (…) Come un partigiano morto prima del maggio del ‘45 comincerò piano piano a decompormi nella luce straziante di quel mare poeta e cittadino dimenticato ”

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