Natascia, l’antropologa che accoglie le ombre.

Natascia, chi sei?

Domanda impegnativa. Trovo difficile definirmi. Nonostante sembri il contrario, sono una persona timida, che prova disagio a stare al centro dell’attenzione.

Natascia Silverio.

Natascia.

Il tuo rituale giornaliero ti fa attraversare Roma, utilizzando i mezzi pubblici, ed arrivare all’ex mattatoio di Testaccio. Cosa ti lega a quel luogo? 

Per prima cosa, l’attività che svolgo da quasi tre anni come volontaria presso l’associazione SenzaConfine. Gestiamo uno sportello che si occupa di consulenza legale: le persone che si rivolgono a noi sono alle prese con problemi riguardanti il loro permesso di soggiorno e la procedura di riconoscimento della protezione internazionale in Italia. In parole semplici, persone che decidono di lasciare il loro paese alla ricerca di un futuro migliore o perché sono costrette a fuggire da persecuzioni, violenze e guerre. E poi c’è il legame emotivo con le persone che si è creato nel tempo speso in mille attività, tempo che a volte non basta mai.

Chi vi abitava prima e chi adesso?

Fino agli anni Settanta questo enorme complesso era destinato alla macellazione e alla distribuzione delle carni in tutta Roma. In seguito il luogo è stato dismesso dalla sua funzione originaria e con gli anni è diventato sede di numerose realtà. Ci sono le aule della Facoltà di Architettura dell’Università Roma Tre, il centro sociale Villaggio Globale, il MACRO, la Città dell’Altra Economia… ma ci sono anche le rimesse dei cavalli che portano in giro i turisti a Roma nelle carrozze (le “botticelle”), ed associazioni come la nostra ed il centro socio-culturale Ararat (con cui abbiamo un forte legame), che ospita decine di rifugiati e richiedenti asilo kurdi, provenienti in maggior parte dalla Turchia. Insomma, è un posto particolare e variegato, un macrocosmo fatto di tanti piccoli microcosmi, che convivono insieme cercando di collaborare.

Le tue attuali mansioni possono essere associate alla figura del mediatore culturale? Possiamo considerarlo come un lavoro (tutelato) in Italia? Oppure fa parte di quelle occupazioni che richiedono un elevatissimo sacrificio e una bassissima se non nulla retribuzione?

Non penso si possano associare esclusivamente a questa figura. Tutte le persone che decidono di dedicare il loro tempo a SenzaConfine diventano un pó avvocati, un pó mediatori culturali, un pó psicologi… e tanto altro: mettono a disposizione le loro competenze in un lavoro concreto e sul terreno, “sporcandosi” le mani con le tortuosità della burocrazia italiana. Ad ogni modo, no, il lavoro del mediatore culturale non è un lavoro tutelato in Italia… lo dovrebbe essere sulla carta ma concretamente le garanzie sono ben poche di fronte ad un’attività che richiede una grossa dose di energia mentale e a volte puó essere logorante.

Una componente della comunità kurda ascolta le parole di un volontario di SenzaConfine.

Una donna kurda ascolta le parole di un volontario di SenzaConfine.

 Da “Ararat” progetto fotografico di Christian Giarrizzo

Come trovi risponda la città di Roma alle realtà come quelle di ARARAT? 

Penso che ci siano due lati da considerare: molte persone che vivono a Roma hanno cominciato col tempo a conoscere e frequentare Ararat, e di conseguenza la questione kurda. Sono solidali, vengono per porgere un saluto, scambiare quattro chiacchere e bersi un cay (il tè), giocare a tavla con le persone che abitano questo luogo. Sono ricambiati da un’ospitalità commovente. A volte partecipano anche alle manifestazioni ed in molti vengono ogni anno ai festeggiamenti del Capodanno kurdo, il Newroz, che cade il 21 Marzo. Alcune ragazze italiane, ormai qualche anno fa, hanno cominciato ad imparare i balli tradizionali kurdi creando le condizioni per formare un gruppo di folklore composto da kurdi ed italiane. Questo è il lato positivo, quello che nasce dai rapporti quotidiani tra le persone che si trovano qui.
Il secondo lato è quello che riguarda il rapporto con le istituzioni della città di Roma: Ararat paga l’affitto al Comune ma allo stesso tempo cade nel dimenticatoio. Non riceve nessun aiuto ed è completamente autogestito. Dà un posto dove dormire a circa 40-50 persone (richiedenti asilo e rifugiati che avrebbero diritto ad un posto in accoglienza) ma le condizioni al suo interno non sono delle migliori. In estate soprattutto, la situazione diventa ancora più difficoltosa a causa del caldo.
Quindi il rapporto con la città di Roma è ambivalente: buono con gli abitanti, da migliorare sicuramente con le istituzioni.

Un volontario assiste un gruppo di richiedenti asilo durante una lezione di lingua italiana.

Un volontario assiste un gruppo di richiedenti asilo durante una lezione di lingua italiana.

Stai completando il tuo percorso di studio a Roma. Com’è studiare alla Sapienza? (specificatamente nel tuo ramo). Mi racconti cosa ti ha portato a scrivere una tesi di laurea sulla tortura? 

Studiare alla Sapienza è una giungla, soprattutto presso la Facoltà di Lettere e Filosofia. Mi ricordo che quando mi sono iscritta, ho passato il primo anno a tentare di capire come orientarmi all’interno perché la struttura è enorme e caotica e le informazioni non adeguate. Dopodichè ci sono i problemi degli spazi: a volte non si trovano aule per le lezioni e mi è capitato più di una volta di fare esami in corridoio o sulle scale. E poi ci sono i professori che non si fanno trovare, non rispondono alle e-mail né al telefono, sono sempre impegnati e non hanno tempo per seguirti… insomma quando ti laurei ti dovrebbero dare un altro titolo per il solo fatto di avere avuto il coraggio e la forza di andare fino in fondo!
Ho scelto l’argometo della mia tesi di laurea in base alle attività che svolgo a SenzaConfine. Molto spesso ci capita di ascoltare le storie dei richiedenti asilo, marcate da violenze e torture; col tempo ho approfondito questo argomento, anche a livello medico, lavorando per un anno in un ambulatorio dedicato ai migranti forzati. Non è un argomento certamente facile né leggero ma è molto attuale, visto che la tortura viene ancora praticata in moltissimi paesi nel mondo.

Un compartimento dell'università "La Sapienza" Di Roma.

Un compartimento dell’università “La Sapienza” Di Roma.

Torniamo, ai luoghi, come sai sono fortemente attratto dal legame che si crea tra lo spazio e le persone che vi si spostano, cosa ti lega al giardino degli aranci ed alla serratura di San Pietro? 

Sono dei posti che mi rilassano, e sono un pó magici come altri nella capitale. Roma è stressante se la vivi nel tran tran quotidiano, ma quando ti fermi e prendi il tuo tempo per ammirarla un pó, ti sorprende e riesce a mostrarsi con degli aspetti sempre nuovi anche se ci abiti da tanto tempo. Dal giardino degli Aranci la puoi vedere dall’alto, con tutte le sue cupole e i suoi palazzi. Della serratura attraverso cui si vede San Pietro mi affascina il lavoro di Piranesi, che ha progettato alla perfezione i giardini interni per creare questo effetto.

Portandoti a spasso per la Capitale ho percepito anche in te il “virus del viaggio”. So che sei stata in Africa per 2 anni, ti manca? So anche che hai una precisa idea circa il modo con il quale i “bianchi” aiutano il paese Africano. La vuoi spiegare ? 

L’Africa mi manca troppo, ogni giorno. I luoghi, gli odori, le persone… l’odore del pesce secco, affumicato sulle griglie la mattina presto quando ti svegli, riesco a sentirlo tuttora, anche se non sono fisicamente lì. Dopo aver vissuto per un periodo di tempo abbastanza lungo in Togo, per me è cambiato tutto. E quando torni in Europa non sei più quello di prima, se hai avuto la pazienza ed il coraggio di ascoltare e vedere con il cuore aperto le cose che ti circondavano. Impari ad amare l’essenziale e a trascurare il superfluo. Dopodichè è difficile stare fermo in un luogo e hai sempre voglia di ripartire.
Per spiegare il modo in cui i bianchi aiutano il paese africano, prendo in prestito alcuni versi di una canzone (Y’en a marre) di Tiken Jah Fakoly , cantante reggae ivoriano, colonna sonora costante di tutte le mie giornate in Togo: “Dopo l’abolizione dello schiavismo/Hanno creato la colonizzazione/ Quando è stato trovata la soluzione/ Hanno creato la cooperazione/ Poiché questa situazione viene denunciata/ Hanno creato la mondializzazione”. Sono completamente d’accordo con quello che canta Tiken: finchè i paesi europei non ritrarranno le mani dall’Africa, questo circolo vizioso non potrà essere spezzato.

Africa. Togo. Lomè la belle.

Africa. Togo. Lomè “la belle”. In posa con la “Dodoche”, famosa per le sue partenza a spinta.


La canzone a cui si riferisce Natascia nella precedente domanda.

Camminando lungo i tuoi itinerari mi hai fatto conoscere Rosa, mi racconti chi è e qual è la sua occupazione? 

Rosa è un’istituzione di Testaccio… lavora da tanti tanti anni al bar non lontano dalla nostra associazione, indossando sempre un grembiule. Quando sono in zona, è piacevole andare a prendere un caffè da lei e farsi due chiacchere. Non si fa negare e ti racconta sempre le ultime novità del quartiere. Schietta e sincera, si rompe le mani ogni giorno all’interno del suo bar, che sembra essersi fermato agli anni Quaranta… l’atmosfera che c’è si ritrova ormai solo in pochissimi luoghi di Roma.

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