Mara e le anime silenziose. Un viaggio nelle terre dell'”Orcolat”.

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– Una domanda semplicemente difficile, chi sei Mara?

Mai nessuno mi ha fatto una domanda così difficile.
Ti confesso che per un attimo non ho saputo distinguere chi sono da cosa faccio. Questo attimo è durato circa un paio di settimane!
Sono una persona curiosa, una viaggiatrice indomita, una golosa divoratrice di storie, una lettrice accanita, un’inguaribile ottimista.
Tutto questo compatibilmente con il tempo che ho, che non è illimitato: lavoro da tanti anni all’Università di Trieste, dove mi occupo di orientamento scolastico e oltre al lavoro sono impegnata con l’Associazione Culturale Bottega Errante.
Mi accorgo di essere anche una figlia amata, una sorella maggiore divertente, una compagna di vita, un’amica attenta, una collega affidabile.

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– Abiti a Trieste ma siamo partiti da Rive D’arcano, cosa c’è di Mara a Rive e cosa a Trieste?

A Rive d’arcano ci sono i miei affetti primari, la mia famiglia, alcuni luoghi che amo visceralmente e verso i quali provo un attaccamento atavico, al punto di sognarli spesso mentre dormo. A Rive d’arcano c’è la mia parte “pettegola”, il gusto di sapere “chi fa cosa, con chi e come”, la casa dei miei genitori, la tomba dei miei cari e di una amica amatissima. C’è l’odore dell’erba del giardino dei miei, il dondolo su cui mio padre fa interminabili pennichelle con la sua vecchissima cagna Micra, la stanza da cucire dove sta mia madre, la camera di mia sorella ancora piena delle sue cose, il cassetto pieno delle nostre foto.
C’è odore di glicine se è maggio e di minestrone se è ottobre.
C’è la scuola elementare che vedo dalla finestra sul retro della casa dei miei.
E poi c’è anche un senso di vuoto e di solitudine che aleggia come l’odore di bruciato che resta nell’aria quando dai fuoco agli sterpi. Vi aleggiano i ricordi di un’adolescenza in un posto che ai ragazzi e alle ragazze offre quasi nulla. Allora non lo trovavo così poetico come lo trovo oggi e la voglia di fuga era sempre tanta.
A Trieste ci sono arrivata per fare l’Università e non me ne sono mai più andata.
Di me a Trieste ci sono la formazione, gli studi, le amicizie profondissime che si sono create negli anni: dai compagni di appartamento di quasi vent’anni fa, agli amici conosciuti quest’anno. C’è la “way of life” così diversa e così easy rispetto a quella friulana. Sono a Trieste il mio lavoro, la mia casa e il mio compagno.
È il punto di partenza e di ritorno dei miei viaggi; è una passeggiata in Carso e una sgambata sulla ciclabile, è Grignano e Val Rosandra, ristorante di pesce e osmiza, teatro e musica.
È il caffè-brioche-giornale in Cavana il sabato mattina.
Trieste è birrette guardando tramonti struggenti, è bora che spettina e borino che conforta.
È un cruccio per quella certa sua indolenza, è rabbia a volte per il suo innato e atavico “nosepolismo” (da “No se pol!”).
È preda di crisi isteriche per lo scempio che ne fa spesso la politica, anche se in questo, è in una nutrita compagnia con molte altre città.

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“C’è l’odore dell’erba del giardino dei miei, il dondolo su cui mio padre fa interminabili pennichelle con la sua vecchissima cagna Micra, la stanza da cucire dove sta mia madre, la camera di mia sorella ancora piena delle sue cose, il cassetto pieno delle nostre foto.
C’è odore di glicine se è maggio e di minestrone se è ottobre.”

– Fin dal principio del nostro lento andare mi hai fatto notare e visitare numerose lapidi e cimiteri. Nel “Bardo Todol- il libro tibetano dei morti- si descrive l’esperienza che l’anima cosciente vive dopo la morte, nello specifico si analizza l’intervallo tra morte e rinascita. Qual è la tua percezione in merito?

Non ti so dire il motivo però so da dove viene la mia curiosità per la morte.
Sono cresciuta con mia nonna Ines, di Interneppo di Bordano – mèta della nostra gita- che da buona carnica mi raccontava leggende popolari macabrissime e storie di morti, di bisnonni e di avi che non avevo mai conosciuto e che non sapevo bene collegare tra di loro.
Ricordo una storia che aveva come terrorizzante ritornello
“Oh Maddalene, Maddalene, ce biel lusôr di lune plene: un vÎf e un muart insieme!”. *
Gli abitanti di Interneppo considerano il cimitero un po’ come il loro salotto: in effetti da lassù dov’è, il panorama è stupendo.
Da allora in poi mi sono sempre interessata a come muoiono le persone dei diversi popoli del mondo e a dove vanno quando muoiono. Sicché in ogni posto in cui vado, mi piace visitare il cimitero.
Tra i più belli e beffardi che ho visto, ricordo quello di Cuzco, dove il cristianesimo imposto agli autoctoni dagli spagnoli, non è riuscito del tutto a soppiantare le loro vecchie tradizioni Inca: seppelliscono i morti nei loculi ma lasciano tra la lapide e la chiusura della tomba uno spazio che serve per il viaggio: mettono bottigliette di birra, un pacchetto di sigarette, merendine, giocattoli se a morire è stato un bambino, una chitarra in miniatura se il defunto era musicista, un bicchiere pieno d’acqua.

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Cimitero peruviano. Foto di Mara Contardo

Mi piace l’idea tibetana della reincarnazione, mi ha colpito moltissimo “Il libro tibetano del vivere e del morire”, amo l’idea di mandare pensieri di luce alle persone malate o sofferenti.
La mia personale visione però è foscoliana: penso che sopravvivremo nelle memorie delle persone. Per esempio, se morissi improvvisamente, questa tua intervista sarebbe un mio sopravvivere e i miei cari vi cercherebbero delle risposte. Già che ci sono dico loro di ricordarmi ridendo e di bersi un bicchiere alla mia salute ascoltando magari canzoni che ho amato. Nel dubbio, mandatemi anche pensieri di luce!

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*”Oh, Maddalena, Maddalena, guarda che bella luce manda la luna piena: una persona viva e una morta ora sono insieme.”

– Sei stata assessore alla cultura di Rive, ora vice-presidente di Bottega Errante, cosa ti piacerebbe realizzare, in Friuli-Venezia Giulia, a livello culturale che non è ancora stato realizzato?

Il nostro territorio ha dato tanto alla cultura, a vari livelli e in diverse arti: penso al teatro, alla scrittura, alla musica, alla poesia, alle arti visive e anche alla fotografia.
Considero una grande fortuna partecipare alle attività della Bottega Errante, che magari sono piccole cose, o piccoli eventi, però fatte con una grandissima cura e passione.
Chissà che un giorno uno dei nostri piccoli figli non cresca. Ma se non cresce va bene lo stesso.

– L’antologia di Spoon River è un’opera letteraria che racconta in forma di epitaffio, le gesta di una delle persone sepolte in un cimitero immaginario statunitense, se fossi Edgar Lee Masters quali racconti/storie scriveresti in un ipotetico scenario friulano?

Racconterei Tina Modotti, ma a pari merito con mia nonna Ines però, che a sua volta era rivoluzionaria in altri campi, con la stessa tenacia di Tina.
Racconterei di Pietro Savorgnan di Brazzà perché fu un esploratore atipico per i suoi tempi, lontanissimo dagli altri esploratori bianchi dell’epoca per i suoi metodi non violenti e per la sua repulsione verso lo sfruttamento coloniale. Ma racconterei anche di mio nonno Giorgio, vagabondo ed esploratore anche lui, incosciente, imprevedibile e spassoso. Muratore e all’occorrenza contrabbandiere, barbiere e dentista, bevitore di vino, mangiatore di trippe e raccontatore di storie.

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– Abbiamo raggiunto insieme il santuario della Madonnina di Trava ( 772 mt s.l.m.), le vecchie travi della Chiesa mi hanno dato la sensazione di essere state testimoni di qualche curiosa vicenda. Sai di cosa si tratta?

Mi stai dando l’occasione per ringraziare Carlo Tolazzi per avermi raccontato una delle storie più suggestive che conosco e per averne scritto una drammaturgia che trovo potente, commovente e delicata: “Ressurequie”, basata sui fatti veri che accaddero in Carnia, nel XVII secolo.
A Trava di Lauco all’inizio del secolo scorso vennero rinvenuti centinaia di resti di neonati, provenienti non solo dalla Carnia ma anche dal Friuli e dal bellunese. Erano resti che testimoniavano un fenomeno di grandiosa pietà popolare. La disperazione generata dal bisogno struggente di trovare una soluzione al grande e devastante dolore della morte, stravolge il credo ufficiale della Chiesa e concede alle anime dei piccoli, morti senza ricevere il battesimo e come tali destinati al Limbo, la possibilità di scampare all’Inferno mediante un espediente ingenuo e molto praticato non solo in Friuli, non solo in Italia.
Sul modello di esempi vicini (Luggau in Carinzia) e lontani (Francia e Germania), la devozione popolare elegge Trava come sede di prodigiose resurrezioni operate dalla Madonna sui neonati morti prematuramente.
Centinaia di piccoli cadaverini, venivano portati alla chiesetta anche da molto lontano perché la Madonnina compisse il miracolo: resuscitare i bambini morti per dare al prete il tempo di battezzarli.
Naturalmente un notaio sanciva l’avvenuto miracolo, in cambio di compensi più o meno lauti.

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