L’esploratore d’Oriente. I cunicoli dei Colli Orientali.

bardus_mappa

Itinerario di massima.

Chi sei?
Non è una risposta facile, forse non basterebbe un libro e quando si sintetizza c’é sempre il rischio di non farsi capire. Non amo questi tempi in cui le cose vengono dette “tweettando”. La sintesi va bene quando poi c’é un approfondimento, altrimenti è meglio tacere. Comunque tenterò una risposta stringata cercando di essere il più chiaro e onesto possibile. Sono uno che ha sempre avuto un rapporto molto difficile con le proprie radici e quindi con sè stesso e, probabilmente, proprio per questo l’accesso alla mia “eredità” in questa vita è estremamente complicato. Ci troviamo tutti a viaggiare lungo la nostra esistenza, ma, tutto sommato, più che un viaggiatore potrei definirmi un girovago, uno che va un po’ di qua e un po’ di là a caso, senza un percorso che possa definirsi tale. Sono uno che ancora non ha le idee chiare su ciò che farà da grande, ma che si sforza di cercare di capirlo nonostante tutto.

DSC_8240
Parli di “eredità”, cosa intendi?
L’eredità di cui parlo non è quella legata semplicemente alle radici o al patrimonio, anche genetico. Si tratta di qualcosa di più ampio, che ha a che fare con ciò che ho appena detto, ma anche con l’ambiente in cui sei cresciuto e nel quale ti muovi, con ciò che di bello e di brutto ti è successo e di come ti rapporti ad esso. Mi viene in mente l’esempio dell’albero: la sua eredità è costituita dal seme dal quale è nato, dal terreno in cui ha sviluppato le sue radici, dall’ambiente esterno in cui è cresciuto, dal clima in cui è stato immerso, dalle attenzioni che ha ricevuto (sempre ci sia stato qualcuno che si è preso cura di lui). Esso sa che che la sua eredità è quella di realizzare il suo destino e di consegnare la propria eredità ai frutti che sarà in grado di generare. L’albero fa questo per sua natura, invece per noi le cose si complicano dal momento che abbiamo desideri e paure, speranze e delusioni che influenzano le nostre decisioni. L’allievo che supera il maestro è colui che agli insegnamenti ricevuti (l’eredità), aggiunge il suo tocco personale che a sua volta consegnerà al futuro discepolo. L’eredità non ha niente a che vedere con il volere narcisistico-egoista nel quale ci siamo catapultati pensando che “possiamo tutto”, che siamo senza limiti, che siamo liberi di fare ciò vogliamo. Ci bombardano con “Volere è Potere” e pensiamo che questo ci renda liberi, ma la libertà non è fare capricciosamente ciò che si vuole, la libertà ha regole ferree che vanno seguite scrupolosamente. L’eredità ha a che vedere con il nostro destino che noi possiamo liberamente accettare oppure no.

DSC_8180
Una panchina di legno guarda il paesaggio dei Colli Orientali. La solitudine di quelle assi che sfidano le intemperie ha evocato un ricordo che rimbalza tra vinili e carta stampata…
Poco meno di una trentina d’anni fa, in una delle infinite peregrinazioni per il Friuli su una vecchia Fiat 128 verde assieme ai due amici di una vita, giunti a Stella (Tarcento) abbiamo svoltato in una di quelle stradine che pochi percorrono e che, come ho imparato, fanno sempre regali inaspettati. Al culmine di una curva abbiamo notato un piccolo sentierino che entrava nel bosco, siamo scesi dall’auto e ci siamo inoltrati per un centinaio di metri fino a che non si è aperto davanti a noi il panorama di tutta la pianura sottostante circondata da monti e colline. Sul bordo del crinale sotto un albero, c’era lei, una panchina di legno costruita chissà da chi, messa lì per potersi fermare a contemplare lo spazio aperto davanti a noi (e dentro di noi). Da allora ci sono stato molte volte da solo e qualche volta in compagnia, ma raramente l’apprezzamento è stato tale da scatenare una seria condivisione. Forse è giusto così. Essendo un luogo contemplativo non si presta all’affollamento.
Ho conosciuto Delvio che avevo 16 o 17 anni. Aveva una piccolissima libreria a Feletto che, a parte il periodo poco prima dell’inizio delle scuole quando si devono ordinare i libri, era fraquentata da gente un po’ strana. In passato era stato attivo in politica (cosa relativamente comune negli anni 70) ed era interessato a tutto il mondo culturale alternativo (letteratura, musica, teatro, cinema, fotografia, arte) e alla storia contemporanea. Fu forse il mio primo Maestro. Mi condusse in un mondo che avevo appena cominciato a scoprire e mi insegnò come le cose finiscono per intrecciarsi l’una all’altra. Lì ascoltavo i dischi di blues, di rock’n’roll, di punk, di rock psichedelico o di new wave discutendo di ciò che c’era alla base di quei movimenti musicali, degli aspetti socio-culturali in cui nascevano, leggevo e commentavo con lui le biografie dei musicisti, mi facevo consigliare libri e romanzi che avevano ispirato i movimenti giovanili del ventesimo secolo. Lui mi fece capire che non serve andare in capo al mondo per ammirare paesaggi mozzafiato, che le stesse visioni si possono avere anche nel nostro cortile e che, anzi, troppo spesso andiamo a cercare fuori ciò che possediamo già. Con lui partecipai all’organizzazione di quattro concerti blues al Carnera tra cui quello di Muddy Waters, padre del blues elettrico di Chicago, che non si fece perchè Muddy Waters si ammalò poco prima di partire e morì di lì a poco. Per una decina d’anni fu un amico e un punto di riferimento per la mia ricerca personale, poi subentrarono dei problemi personali che lo costrinsero a chiudere quell’angolo della conoscenza umanistica. Per un po’ di tempo Delvio sparì, lo incontrai qualche anno dopo in ospedale dove conduceva trenini di carrelli in giro per i reparti. Ora non lo vedo da un paio di anni, ma ogni volta che ci si incontra tutto sembra proseguire come se ci fossimo lasciati semplicemente la sera prima.

DSC_8224
“East is the best” hai commentato quando risalivamo in sella alle nostre Vespa. Cioè?
Negli Stati Uniti esiste il mito della frontiera, la loro espansione si è mossa sempre verso Ovest e hanno coniato la frase “The West is the Best” (lo dicono anche i Doors in “The end”). Per quanto mi riguarda, forse perché i nostri confini si trovano a est, forse perché le mie radici genealogiche si addentrano nelle Valli del Natisone, forse perché da piccolo guardavo i cartoni animati e il calcio jugoslavo su TV Capodistria e andavamo a fare spese a Caporetto, o perché mi perdevo nei meandri della storia longobarda, ho sempre avuto una sorta di attrazione fatale per l’oriente, soprattutto quello più vicino. Molte mie escursioni andavano da quella parte, ma solo da una ventina d’anni ho cominciato a varcare il confine con una certa regolarità. Poi, nel 2000, la svolta: una Vespa PX125 è entrata prepotentemente nella mia vita. Dopo averci preso confidenza per un paio d’anni, sono cominciati i lunghi viaggi con Luca, anche lui attratto da quei luoghi. Su quelle strade abbiamo consolidato la nostra amicizia e di ritorno dal viaggio per le capitali dell’ex Jugoslavia avevo iniziato a buttar giù un abbozzo di libro che raccontasse quell’amicizia a due ruote sulle nostre Vespe e il titolo che ho pensato per quel progetto, per ora arenato, ma in futuro chissà…., è stato proprio “East is the best”.

DSC_8201
Ryszard Kapuściński, dice che il turismo dev’essere individuale, In qualità di viaggiatore in Vespa cosa pensi della solitudine ?
Mi ha sempre attratto e, al di là delle piccole escursioni, l’ho sperimentata in qualche viaggio di breve durata. Nutro una profonda ammirazione per chi si avventura da solo nel mondo (credo si debba essere in grado di stare bene con sé stessi per trarne il massimo), ma, per quanto mi riguarda, preferisco viaggiare in coppia. Questo credo sia dovuto al fatto che all’inizio la mia solitudine non fu una scelta autonoma e mi ci volle del tempo per trasformarla in risorsa. Oggi come oggi la solitudine non fa più paura, ma, almeno per i viaggi, continuo a preferire la compagnia di qualcuno. Si tratta anche di una questione legata alla condivisione, cosa per me un po’ complicata nella vita di ogni giorno, ma che nel viaggio in due diventa in qualche modo obbligata, sono più attratto dai luoghi e dai paesaggi che dalle persone, con le quali ho difficoltà a lasciarmi andare, e avere una spalla che rompa il ghiaccio con più facilità di me, mi aiuta.

Senza titolo-1

Abbiamo passato la notte accanto a un vagone ferroviario incastrato tra le montagne, il suo colore antico e alcune fotografie d’infanzia hanno suggerito un’altra storia della tua vita…

Quel vagone, che viaggiò sulla tratta Udine-Cividale, fu acquistato all’asta da mio nonno per essere utilizzato come deposito attrezzi (versione ufficiale per le autorità) su dei terreni in collina, come risarcimento per dei lavori che aveva svolto per una famiglia di Borgo Poiana all’inizio degli anni 70. Fu tagliato in due e trasportato separatamente in una notte con un camion dotato di gru attraverso mille peripezie. Dopo averlo ricomposto sulle fodamenta, iniziarono i lavori interni per renderlo abitabile. Quando nel 1976 arrivò il terremoto, mio nonno concesse alla famiglia ex proprietaria del terreno di poter passare l’emergenza al suo interno e, nel momento in cui il comune di Attimis venne a saperlo, l’amministrazione decise di concedere l’allacciamento a luce e acqua come segno di ringraziamento. Da allora fino alla morte di mio nonno nel 1983, “il Vagone” fu teatro di innumerevoli riunioni di famiglia, di picnic tra amici e di vacanze estive. Da lì partivo con i miei fratelli e Sandro (un mio coetaneo del luogo) per lunghe escursioni esplorative del territorio. Eravamo dei piccoli Indiana Jones. Il cigliegio sul retro ci regalava ogni anno i frutti più buoni del mondo e nel rio Poiana ci divertivamo a fare il bagno. Dopo che mio nonno se ne andò le cose si complicarono e al momento della divisione dell’eredità il posto finì nelle mani di uno dei miei zii che lo girò ai suoi due figli i quali lo lasciarono andare in rovina. Non è più abitabile, ma il sito, come hai potuto notare, resta ancora bellissimo. Ho molti bei ricordi, ma non credo si tratti tanto di nostalgia del tempo, è un vero e proprio legame ancestrale nei confronti di quelle terre, forse perché si nascondono dietro quel velo di durezza che serve a tenere lontano chi non è realmente interessato a scoprirle.

DSC_8248
Più esploro il Friuli Venezia Giulia più mi rendo conto che le sue bellezze sembrano essere volontariamente nascoste da chi lo abita. Qual è la tua opinione a riguardo?
Ne sono profondamente convinto anch’io. C’è dell’orgoglio, ma anche tantissimo pudore nella gente di questa regione. La storia di questi luoghi è fatta da persone umili, che hanno subìto e che senza lamentarsi si sono rimboccate le maniche per andare avanti. Questa parte dello Stivale è sempre stata denigrata, presa in giro per il carattere chiuso e duro della gente, con un idioma incomprensibile, quasi barbarico, che abita una terra considerata il “gocciolatoio” d’Italia, salvo poi ricredersi quando si tratta di solidarietà, di altruismo, di lavoro, attività che la piazzano sempre ai vertici nazionali dell’impegno sociale come dimostrano i continui ringraziamenti e i legami particolari che si instaurano immancabilmente con coloro che per esempio sono stati aiutati a seguito di calamità naturali. In realtà le perle di questa regione sono tantissime e noi, purtroppo o per fortuna, forse non ce ne rendiamo conto ancora del tutto, o forse volutamente facciamo finta di farlo, un po’ per gelosia, un po’ per umiltà e forse un po’ per rispetto e riservatezza. Riallacciandomi anche alla risposta precedente, credo che una terra e la gente che la abita siano profondamente connessi fra loro, si formino e si proteggano a vicenda. Riprendendo l’inizio di questa intervista ti dico che sento di essere figlio di questa terra alla quale nonostante tutto appartengo.

Lascia un commento :o)

Commenti

Aggiungi ai preferiti : Permalink.

Lascia un commento