La sentinella della memoria. Chiusaforte e i muri parlanti

Moira, chi sei?

Una domanda assai difficile questa. Non credo di essere ancora meritevole di dare una risposta chiara ed esauriente sul chi sono, o chi sarò, anche perché devo capirlo pure io!
Quello che so per certo: ho 24 anni, una vita dai lavori occasionali o da disoccupata cronica, una personalità non facile, un animo troppo generoso e una passione talmente profonda che riesce a portarmi al di fuori della realtà.
Per il momento, mi piace anche l’idea di definirmi una grande sognatrice.

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Secondo te alcuni muri posso parlare?

Ogni muro ha il dono della parola, basta semplicemente saperli ascoltare, interpretare, osservare e, ingrediente essenziale, munirsi di un bel pizzico di fantasia!
Qualsiasi edificio in cui entriamo, abitato o abbandonato che sia, ha un sua storia, seppur molte volte tendiamo a darlo per scontato (magari perché ci è talmente familiare che non ci facciamo neppure caso).
Basti pensare a casa nostra: quanti ricordi, quante emozioni, delusioni, quanti dispiaceri hanno ascoltato quelle stanze, quelle mura in cui soggiorniamo quotidianamente, sanno molte più cose loro di qualsiasi altra persona al mondo; mi collego al famoso detto < Se i muri potessero parlare! >
Fin da piccola mi piaceva fare questa analisi su qualsiasi cosa, dai muri agli oggetti. Mi diverte particolarmente immaginare storie, fatti quotidiani, eventi che possono essersi susseguiti all’interno di mura, in particolar modo quelli disabitati. Un edificio che mi è particolarmente caro è proprio la Caserma P.Zucchi di Chiusaforte. Trovo nostalgico e riflessivo passeggiare e soffermarmi a pensare; al loro interno migliaia di ventenni dal 1963 al 1995 hanno volto il loro sguardo: chissà cosa pensavano? Cosa facevano? Cosa sognavano?

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Come mai hai scelto una bomboletta per esprimerti?

La bomboletta è stata la mia più grande scoperta da quando ho iniziato a dipingere. Non trovo attrezzo migliore per sbizzarrirmi nelle mie creazioni. E’ comoda, maneggevole, non occorre mischiare colori, intingere pennelli e ti regala un profondo senso di libertà nell’esprimerti velocemente, ma soprattutto, ti da la possibilità di esprimerti “in grande”; sembra un paradosso caratteriale, quando io tendo a sminuirmi in qualsiasi cosa la mia arte, invece, riesce a crearmi soddisfazione quando più è ampia e imponente.
Anche se sostanzialmente prediligo questo tipo di tecnica, mi divertono allo stesso modo altri metodi artistici che riescono a darmi anch’essi ,seppur in dimensioni molto più ridotte, notevole soddisfazione: la penna BIC rossa, ad esempio, cominciata ad utilizzare per puro caso in un momento di noia e non disponendo di altri materiali intorno; oppure la grafite (matite a mescola dura e morbida), entrambe tecniche sostanzialmente povere, in cui non bisogna lavorare molto di tonalità e disporre di grandi quantitativi di materiale. Il monocromatismo è uno stile che mi diverte parecchio, anche perché è molto tecnico; mentre il colore essendo molto visivo tende a tralasciare i piccoli difetti, il monocromatismo invece li esalta, negando di conseguenza il modo di poter sorvolare sui dettagli.

Secondo te quali sono i murales da visitare in Friuli? Perchè?

In Friuli, a parer mio, l’esempio più lampante e incisivo potrebbe trovarsi a Gemona. Un favoloso lavoro di abbellimento da parte di artisti di livello mondiale dei grandi colossi di cemento che attraversano il paese. Merita passare a visitare la zona della stazione ferroviaria soprattutto, ma non solo.

Qual è la tua sensazione in qualità di ventiquattrenne impegnata nella politica locale? Pensi che ci siano scogli, inganni o rivalità rispetto ai colleghi più anziani?

Indubbiamente ci sono degli ostacoli, non esistono sfide facili per i giovani che vogliono darsi da fare soprattutto in paesi piccoli come il mio. Non dico che ci siano rivali però sostanzialmente “il nuovo” tende sempre un po’ a spaventare e può di conseguenza creare scetticismi generalizzati.
Ma tutto sommato un po’ di “gavetta” e qualche “batosta”, essendo giovane ,sicuramente non può far male, anzi, può aiutare a capire come realmente funziona il sistema, forgiando il carattere e imparando di volta in volta. Dopo un po’ tendi a farti più furbo!

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Ci spieghi l’evoluzione del tuo interesse artistico? Mi hai confidato che prima facevi tutt’altro. Ci sono stati dei “mentori” che ti hanno spinto verso questa nuova direzione?

Dei veri e propri “mentori” no, ma “incoraggiatori” che mi hanno sostenuto nelle mie pazzie;
ci sono state “situazioni” più che altro che mi hanno spinto a dedicarmi alla pittura.
Mi divertiva disegnare fin da piccola, ma erano attacchi isolati e tutto sommato scarsi di una vera e propria tecnica; incisivo fattore della mia non continuazione è stata la scelta (sbagliata) per una scuola tecnica, ovvero il geometra.
Poi il mio interesse, divenuto poi la mia più grande passione 3 anni fa è cominciato per un motivo ben preciso. Sono convinta che qualsiasi persona abbia passato o debba passare dei momenti bui durante la vita, periodi di tristezza e di delusione del tuo Io interiore. L’esempio più immediato in un giovane può scaturire nella disoccupazione; ti ritrovi senza uno scopo e un perché, non riesci a creare la tua indipendenza, la base per il tuo futuro. Dipende dai caratteri, ma quando sei uno spirito libero e tutto sommato eremita potrebbe essere paragonabile a una sottospecie di prigionia mentale. All’ inizio avevo cominciato a gettarmi sul volontariato, qualsiasi associazione in cui ci si rendeva utili il mio nome era prontamente presente (anche tutt’ora); ma non mi bastava, a questo punto posso solo che dare la “colpa” alla ricerca di un metodo alternativo di evasione.

Leggo in te un profondo interesse per l’espressioni del volto. Vedo, nelle tue creazioni su carta o murali, una sensibilità nel riprodurre le sensazioni dei soldati, quanto è importante per te ricordare?

Per me ricordare è essenziale. La motivazione è semplice, provengo da una generazione di militari: mio nonno è stato reduce di Russia, Grecia-Albania e sopravvissuto all’affondamento del Galilea; sono nipote di Colonnello del corpo degli Alpini, di cui a sua memoria ho intitolato il mio primo murales, e in casa sono cresciuta con una famiglia di Alpini, che mi hanno tramandato questi ideali.
Ho da sempre avuto un profondo senso di rispetto nei confronti dei soldati che hanno combattuto guerre e la tematica, per le motivazioni di cui sopra, mi hanno reso profondamente sensibile al riguardo; ogni qual volta mi metto alla ricerca di materiale fotografico per i miei disegni mi imbatto in sofferenza, disperazione e a volte resto basita a osservare che in molte foto riescano ancora a sorridere, ad essere sereni. L’unica maniera che ho per ricordare e non lasciar modo alla memoria di affievolirsi è di riportare tutto questo su carta o su tela, ed è esattamente nella ricerca dell’espressività che ritrovo nei loro volti la chiave; gli occhi spenti, la faccia stanca sono per me fondamentali per riuscire ad avvicinarmi in qualche modo a tutta la sofferenza che possono aver provato. Fondamentalmente la mia convinzione non è insabbiando la storia che si costruisce il futuro, bisogna conoscerla a fondo affinché non si commettano gli stessi errori; che il loro sacrificio non sia stato vano…

Nero e rosso sono due colori predominanti nella tua comunicazione, ti legano a qualche ricordo di vita? Perchè sono importanti per te?

Semplicemente ho cercato dei colori che fossero l’uno l’estremo dell’altro.
Il nero è sostanzialmente la negazione del colore, assorbe qualsiasi forma di luce; seppur derivato dai tre pigmenti primari messi assieme, risulta riflettere così poca luce da risultare nero.

Il rosso,invece, è uno dei colori primari maggiormente percepibile rispetto agli altri dall’occhio umano. Ha la lunghezza d’onda più lunga di tutti gli altri colori visibili.

Metaforicamente li ho sintetizzati in modo che la mia arte si avvicini sempre di più alla tragedia della guerra; il nero potrebbe essere paragonato alla morte (il buio che concilia al sonno eterno, l’assorbimento di ogni forma di vita che si mantiene viva attraverso al luce).
Il rosso invece, in quanto colore primario e maggiormente visibile, sta a significare il sangue, che è vita per qualsiasi forma vivente; la linfa vitale per sopravvivere.
In qualche mia opera (che fuoriesce un po’ dall’ordinario della mia linea d’ordine ovvero l’astrattismo) ho deciso di sintetizzare l’ideale dei due colori in un unico disegno. I soggetti rappresentati sono leggermente macabri ma essendo creazioni mie e non riproduzioni di materiale fotografico sono prettamente riflessive. Ho voluto esprimere la sofferenza congelando in un disegno il momento che intercorre tra la vita (il sangue,rosso) con il momento successivo della morte (nero).

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Mi racconti un bel ricordo che i tre murales della caserma ti hanno regalato?

Ho nel cuore vari ricordi. Il primo sicuramente è stata la gioia nel vedere il nome di mio zio impresso in quella targa posizionata al di sotto del mio primo murales; un sogno per me che la sua memoria resti sempre viva nelle sua amata caserma.
Ma ho un ricordo che più mi è caro ed è il momento in cui, in occasione del Raduno del ventennale di chiusura della caserma Zucchi, un Alpino che ha fatto servizio militare nel 1963 a Chiusaforte mi ha fermato in piazza d’armi e mi ha chiesto il mio primo autografo; al momento ho sorriso perché credevo scherzasse, ma poi ho subito capito che per lui la cosa era importante. Dopo avergli autografato le foto che si era portato si è messo a piangere ricordando i suoi momenti di gioventù passata a Chiusaforte; mi raccontava le sue esperienze e i suoi ricordi, confidandomi che al momento aveva grossi problemi di salute, ma che per nulla al mondo si sarebbe perso il raduno; poi ringraziandomi infinitamente per aver ridato vita alla sua caserma, una lacrima è scesa anche a me.

Per chiunque volesse contattare Moira per informazioni questo è il contatto:
linassi.moira(chiocciola)virgilio.it

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