La quiete prima della tempesta

Pianificare un viaggio può essere  esso stesso un viaggio, ci si arena presso i crocevia della decisione e vicoli ciechi della coscienza, si ha la sensazione di essere fermi a un bivio, quando il cielo si mescola con l’orizzonte e non si scorge la fine. E’due anni che punto all’Armenia. Mi sfugge come sabbia tra le mani e si nasconde sotto le pieghe delle difficoltà logistiche, religiose e politiche. La osservo da lontano con la Vespa pronta a partire, ma fino ad ora quella piccola nazione ha vinto tutti i miei sforzi: fermando la mia esplorazione in Puglia poco prima di infilarmi dentro la balena di ferro che salpava per l’Albania e generando successivamente in me incertezze sui libri di storia. Eppure i “segni” – come direbbe Jung – che hanno sancito la meta sono chiarissimi e frequenti: un libro sulla storia degli armeni gettatosi nel vuoto dall’alto di una libreria, l’incontro con dei giovani armeni in cerca di compagnia nascosti tra le mura e la muffa del porto vecchio di Trieste, per citarne alcuni. E’ una nazione fiera come un guerriero a cavallo che è stata capace di creare più di qualche mal di testa a chiunque cercasse di conquistarla; i romani – per usare un esempio illustre – tentarono di acchiapparla più volte e più volte la persero come se ci cercasse di catturare una farfalla con il retino bucato. “Ma che ti importa! Parti e non guardare tanto i libri” direbbero i globetrotter abituati a lasciare casa con una mappa, una tanica di benzina e una bussola. Non ci riesco più. Sarà l’età che avanza? Credo sia piuttosto il crescente rispetto per il tempo che scorre, la volontà di non perderne più nemmeno un pezzetto in esplorazioni simili a quelle dell’armata Brancaleone. Vedo l’Armenia, la sua storia e i suoi incubi…Partire senza averla compresa sarebbe offenderla.

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