Il camaleonte di Gradisca. Val Dogna, microcosmo nascosto dall’asfalto.

mappa_cladio_scattovespa
A te una domanda speciale che si differenzia dal solito incipit:
Chi eri, chi sei e chi sarai?

Ero uno che ha fatto mille mestieri, dal venditore di gelato al venditore di caffè quando ancora non sapevo cosa fosse un paio di pantaloni lunghi, nel senso che non li avevo mai usati, mi portavano in giro perchè ero bravo a far di conto…chi sono??? Boh, sono uno che ad un certo punto crede di aver trovato una strada percorribile, l’ha intrapresa con tutte le difficoltà, in quanto a casa avevo solo una madre a cui riferire le mie scelte, e che vedeva in me altro, in banca, dipendente di un ente pubblico, un posto sicuro insomma, invece a 30 anni ho deciso di cambiare strada sebbene avessi un lavoro che mi gratificava. Operavo in mezzo ad artisti, e qualcosa li è successo, ho scommesso su di me insomma. Chi sarò…Non ne ho la più pallida idea, ho sempre pensato però di non dover fare progetti di lunga scadenza, I miei progetti sono sempre stati a breve e brevissima scadenza, non so nemmeno se si possano definire tali. Il sud america mi ha tanto aiutato a dire “domani vedrò” “domani ci penserò”. Penso molto all’oggi, perchè la vita è veramente bizzarra e davvero molto breve. Chi sarò saranno gli altri a dirlo credo, un parente un fratello. Chi lo sa?
Claudio_vespa


Abbiamo percorso insieme circa 170 km, partendo da Gradisca di Sedegliano mi hai portato fino a Dogna. Cosa lega la tua anima a questo luogo?

Intanto 170 km una volta rientrato li ho sentiti tutti, anche se devo dire in modo gradevole, meno pesante di quanto si possa immaginare, quasi piacevole. Ci sono molti luoghi dentro le persone, avrei potuto portarti a Udine al teatro San Giorgio che per me è stato veramente un luogo della svolta, perchè li ho studiato, li a 30 anni sono tornato a scuola, però Dogna per me è speciale. Ho portato in quelle mura le mie conoscenze di una materia, e mi lego ad essa perchè mi fu proposto un lavoro che è rimasto in vita e protratto negli anni, un decennio. Era legato ad un filo della memoria e dell’anima, li c’è stato un legame a doppio filo. Ho poi imparato un sacco di cose di quel territorio a me vicino ma che non conosci mai abbastanza. L’insieme di questi fattori ha tatuato Dogna nella mia anima. Se penso che l’Argentina è la mia seconda nazione, Dogna è il mio secondo paese. Nonostante l’esperienza sia finita, conclusa dalla fine di un tempo – c’è una crisi in atto –  un cambio di amministrazione pubblica e mentalità. Un vero peccato. Si sta poco a fare terra bruciata di un percorso decennale. Coinvolgeva artisticamente il 10 % della popolazione, il 30% della città contribuiva all’aspetto logistico e infine  il 100% della popolazione veniva a vedere gli spettacoli in qualità di pubblico. Tutto questo teneva viva l’intera comunità. Ho visto ragazzini crescere e diventare oggi amministratori pubblici, o piccoli imprenditori.
Moretti_Giarrizzo_Dogna(UD)_

Durante il nostro viaggio mi hai confidato il tuo amore per un’altra terra: l’Argentina. Ce la racconti attraverso la tua esperienza? Quanto è cambiata ( nelle persone ) rispetto ad allora?

Anche in Argentina la mia esperienza è duranta molti anni, sono tornato diverse volte, la prima volta è stata fortissima per me.  Arrivo, propongo un mio modo di lavorare e capisco che sono in un altro mondo, mi ci è voluto un anno per capirlo, è stata una sorta di lavaggio del cervello.  Sebbene 1/3 degli argentini provengano dall’Italia, è stata un’esperienza che mi ha messo in discussione, mi ha fatto riflettere, specialmente su modo di fare teatro. Nonostante avessi 40 anni imparai che non si finisce mai di imparare, ognuno ha un suo tempo per le cose, è come quando leggi un libro e non ci hai capito niente, lo riprendi dopo due anni e ti si apre un mondo…
Il campo scuola a USHUAIA, nel buco del culo del mondo, nel sud che più a sud non c’è altro che ghiaccio, e fare teatro nel carcere della città. Un tempo esisteva solo quell’edificio. Una cosa mitica.
DSC_1386_low

Spostiamoci di qualche anno e parliamo dell’inizio del tuo lavoro in qualità di artista. Quando hai capito che era la tua strada?

In quel periodo ero capo-cantiere in un’ azienda, arrivavo a Codroipo con la mia Renault R4 e dovevo decidere se andare a lavorare oppure no, c’era un contratto non scritto con il mio datore di lavoro : “avvertimi il giorno prima che domani non ci sarai “ mi diceva, cosi mi organizzo. Non ne ero capace. Al mattino quindi arrivavo al bivio di Codroipo e se andavo destra andavo a lavorare, a sinistra invece a dormire in un campo! A mezzogiorno, tutto riposato, visitavo un mio amico che andava all’università a Udine, a volte dormivo nel suo letto o ci si trovava a pranzo insieme. Lì ho capito i segnali dell’inquietudine, cantavo nel coro, organizzavo concerti.  Una sera però vado a teatro con la fidanzata del tempo a Latisana “ Sei personaggi in cerca d’autore” di Pirandello, rientro a casa e penso: “Sì, dobbiamo fare qualcosa”. Non avevamo alba di come fare. Da li sono nati due anni di fermentazione, facendo teatro. E tutto grazie alla scuola che ho potuto frequentare a “pelo” per motivi anagrafici.  “Questa non me la perdo”, ho pensato. E’ stato un fulmine a ciel sereno.

Mi hai confidato di aver percorso molte strade lavorative, Il commerciale, l’assicuratore, l’operaio in torrefazione o il capo cantiere in un laboratorio chimico. Pensi che questa poliedricità abbia contribuito a formarti come attore? Una di queste figure “ritorna” solitamente sul palco?

Bella domanda! Sicuramente aver fatto tutto queste cose mi ha permesso – anche se in teatro metti in scena un personaggio diverso –  di aver accettato una serie di proposte di lavoro fra le più disparate e strane, che hanno a che fare con il mondo teatral-artistico. Il presentatore, l’insegnante, l’animatore dei ragazzi, il regista, l’animatore della pesca di beneficenza, l’altro giorno ero al giro d’Italia delle bici d’epoca, ho finito lì e sono andato a fare il presentatore ad un festival di cabaret, tutto in un giorno. Può capitare che al mattino sia ad una corsa campestre, pomeriggio la biciclettata, la sera presento delle cose, il giorno dopo leggo un libro in pubblico ecc ecc. Sono delle piccole finestrelle a comparti stagni. Cerco di essere elastico, passando da una figura all’altra, il mestiere ti tiene allenato, ma corri il rischio, se troppo impegnato, di fare come alcuni politici, che arrivano a fare il discorso e si accorgono solo alla fine che era quello da fare il giorno prima da un’altra parte. Quando sono su un palco credo tornino fuori tutti i lavori che ho fatto da fanciullo: viaggiare!! Col camion! – arrivare a Portis per un bimbo negli anni 60 era un’esperienza fuori dal mondo – portare i gelati a Portis…Questa cosa torna non solo come personaggio ma come momento di felicità.
Claudio_Multi_bn_Low

Pasolini diceva che il teatro ha bisogno di attori professionali, il cinema invece no. Quest’ultimo non ha nemmeno bisogno di attori. Qual è il tuo punto di vista in merito?

Io sono cresciuto con un signor cinema italiano, non a caso mi sono buttato ora sul cinema francese, perchè il primo non mi piace più. Sono oggi cose abbozzate, si vede che mancano le storie, forse gli attori anche ci sono non posso giudicare in quel senso, sono però mal indirizzati, manca forse la figura del vero regista che guida, ingaggia, coinvolge. Vi è poi una grossa spaccatura tra cinema e teatro, al contrario del mondo statunitense, dove questa cosa si compenetra. Tuttavia anche se ci sono molti livelli di qualità, a teatro ci possono essere dei prodotti di altissimo livello ma di cui non si saprà mai quasi nulla. Il teatro non è un media.

Tu stai al Friuli Venezia Giulia come Robert De Niro sta a Hollywood, durante il nostro percorso sei stato salutato da almeno una cinquantina di persone. Avevo la sensazione di portare con me un Vescovo. Come vivi questa tua popolarità territorale?

Non l’ho mai sentita pienamente, per fortuna, sono sempre stato su un crinale. É senza dubbio piacevole per certi versi, a volte invece non lo è per nulla, parlo tuttavia di me che credo non godere di tutta questa popolarità. Dopotutto faccio teatro con qualche puntatina in TV.  Un esempio: potrei leggermi il giornale a casa, però adoro andare al bar, prendere il caffè e leggerlo tra le sue mura. Ci sono delle giornate in cui non riesco a mettere a fuoco nemmeno i titoli. Alcune persone non hanno l’accortezza di dire buongiorno, ricevere il mio saluto e di notare che preferirei leggere. Invece c’è quello che ti vuol raccontare la barzelletta, perchè tu vai in televisione e poi “la racconti meglio di me”, quello che deve farti le battute, ( e li devi tirarti indietro perchè di fronte a questi è bene lasciare spazio e lasciare che si spengano da soli) , quello che conosce tutto del paese e zone limitrove però ti dice “ hai sentito..”. A volte ho paura di essere un moschicida. Ripeto è una cosa piacevole nel complesso, tuttavia ho un problema poichè non ricordo le persone, e spesso capita che qualcuno si avvicina:
“ allora come va? Bene no? … Sì ti ricordi di me vero? “
E magari l’hai visto una volta perchè è venuto a salutarti in mezzo alla baraonda di fine spettacolo, tra i vari:
“senti dammi il tuo numero per questo”
o
“ Come facciamo per quella cosa”
oppure
“ Verreste a fare lo spettacolo ecc ecc”
Ecco. Quello o quella, hanno la pretesa di essere rinosciuti. La mia risposta, ormai rodata, è :
“ Dovrei conoscerti”
“ Si dovresti, sono la mamma di x”,
“ Ah certo conosco sia x che lei” ,
“ Ecco vedi, saranno 40 anni che non ci vediamo eh?”.

Dogna rappresenta un’ interessante esempio di come un paesaggio di valle possa venire sfregiato da un viadotto. ( La statale 13 Pontebbana passa quasi sopra l’abitato). La cittadina come reagisce a questo “sfregio”?

L’uomo è l’animale che si abitua più rapidamente ai cambiamenti, purtroppo! I dognesi se ne sono abituati, alcuni andandosene altri rimandendo con una rabbia sotterranea, tra l’altro in questi luoghi cosi nascosti, c’e un livello di istruzione altissima, su cui riflettere.

Viaggiare in Vespa. Cosa ne pensi?
Viaggiare in vespa è stato intenso, primo perchè abbiamo fatto le stazioni, in tutti i sensi – anche ferroviarie –  prima di arrivare a Dogna, come Gemona ad esempio, con le tue spiegazioni rispetto alla questione delle ferrovie, ai treni ed alcuni tracciati che oggi non ci sono più. Tutta una serie di componenti quindi si uniscono, e vanno al di là della mera essenzialità del viaggio, c’è lo spriz di rientro e dell’andata, c’è la pipa, il “calumet” della pace, ci sono le camminate sul viadotto sulla ciclovia Alpe Adria, tutto questo rende il viaggio pieno. La scoperta, la condivisione dello stare insieme e incontrare delle persone. Il viaggio quindi non inteso come lontananza della destinazione. E chi ha detto che se non possiamo guardare le cose vicine a noi, alla nostra routine, come quando viaggiamo?. Sarei pronto a farlo di nuovo. Ci sono delle cose che nascondono l’ipotetica sofferenza alla schiena o alle natiche. Tale sensazione, tuttavia, è impreziosita perchè diventa una conquista:  hai faticato, hai trovato degli ostacoli e poi sei giunto alla metà. Tutto ciò rende epico il viaggio. E’ un concetto che abbiamo perso.
Simona_A4_low

Lascia un commento :o)

Commenti

Aggiungi ai preferiti : Permalink.

Lascia un commento