Banja Luka come Novosibirsk.

Danilo, chi sei?
Sono il figlio di Filippo e Maria, compagno di Martina e futuro padre di Filippo.

Bari e Bitonto sono gemellate con la città dove ora risiedi, in Republika Srpska. Quali fili del destino ti hanno portato a Banja Luka?
Sono stato segnalato da una mia compagna di dottorato a un professore che cercava persone con conoscenza di serbo-croato. Questo professore mi ha segnalato il concorso per lettori di lingua italiana in paesi in via di sviluppo, tra cui la Bosnia ed Erzegovina. Ho partecipato al concorso e l’ho vinto. Sarei voluto andare a Novosibirsk (Russia) per provare sulla pelle “Memorie da una casa di morti” di Dostoevskij, ma per problemi di famiglia (figlio unico di madre vedova…come si diceva un tempo) ho scelto la più vicina Banja Luka!
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Ti accompagno in un viaggio fatto di parole, cosa risponderesti a questi autori? Quali pensieri suscitano in te queste parole?
Non molto tempo fa, dopo anni di vagabondaggio, decisi che era ora, non di mettere radici, ma almeno di farmi una casa. Pensai i pro e i contro di una casuccia imbiancata a calce su un’isola greca, di un cottage in campagna, di una garconnière sulla Rive Gauche, e di varie alternative tradizionali. Alla fine, conclusi, tanto valeva far base a Londra. Casa dopotutto, è dove sono i tuoi amici.
Consultai un’americana, veterana del giornalismo, che per cinquant’anni ha trattato il modo come il cortile di casa sua.
“Londra ti piace davvero?” le chiesi.
“No” disse lei, con voce roca e sigarettosa “ma Londra è un posto come un altro per appendere il cappello”
Anatomia dell’irrequietezza. Bruce Chatwin

Preferirei appendere il cappello dentro un camper con cui viaggiare per il mondo!

Rimane da capire cos’è una bella immagine per un fotografo. Belle immagini per un fotografo non possono essere mai le sue immagini. Belle immagini per il fotografo sono quelle di cui non può fare a meno. Quelle che gli aprono una dimensione, gli fanno fare pensieri, gli suscitano pensieri che senza quell’immagine non avrebbe mai formulato. Belle immagini sono quelle che hanno reso il fotografo chi è. Belle immagini sono quelle di cui il fotografo è figlio.
Le conseguenze delle scelte, Anima e memoria. Tano D’Amico

Quali sono le immagini, nel cassetto della tua memoria, di cui non puoi fare a meno?
Quelle che spuntano quando non te l’aspetti più!
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Continuo il viaggio con gli autori…
Dapprima i movimenti si percepiscono come un bisogno, un’esigenza, qualcosa di nebuloso, un’insoddisfazione che pervade tutti e ognuno(…)un coraggio nuovo, mai percepito, diventa percepibile, trasmissibile. Una capacità nuova di amore, di amicizia(…)Una novità che pervade tutti. Molti si abbandonano a questa novità, si aggrappano a lei, la portano avanti, la ascoltano.
La novità diventa la loro speranza, la motivazione della loro vita, lo scopo della loro vita. Altri la avversano con tutti i mezzi, ma la sentono crescere in loro stessi. La combattono, odiano quella parte di loro stessi che sentono cambiare.
Il coraggio di cambiare, di cosa sono fatti i ricordi. Tano D’Amico

Ti rispondo con un mio racconto.

Bri aveva un problema agli occhi. Gliel’avevano diagnosticato all’età di 6 mesi. A dire il vero era stato un parente a notare qualcosa di strano negli occhi del bambino, si era piegato su di lui e esclamò “ma c’è qualcosa di strano qui”. Subito medici, oculisti, specialisti, vari consulti, numerose visite, ma sempre la stessa diagnosi. I genitori si rassegnarono, poteva andare peggio. In famiglia lo vennero a sapere tutti tranne Bri, era troppo piccolo per spiegarglielo e poi non avrebbe potuto farci niente, l’importante era che la madre e il padre sapessero riconoscere i sintomi della malattia e si dessero da fare perché questa non degenerasse.
Cresciuto, Bri amava viaggiare in auto, seduto dietro abbassava il finestrino e guardava il paesaggio, non importa quale: palazzi, alberi, città, campagna, mare, montagna andava tutto bene. Appena salito nell’auto abbassava il finestrino e si piazzava a osservare indipendentemente dal tragitto breve o lungo, senza badare al tempo, a niente, solamente guardava. Dopo qualche anno Bri imparò ad andare in bici, gli piaceva tantissimo, amava pedalare lentamente, non andava mai veloce e spesso gli piaceva alzarsi dal sellino e fare perno con i piedi sui pedali.
Dopo qualche anno i genitori si trasferirono, lasciarono la città dove era nato Bri e si trasferirono in un’altra, la bicicletta fu abbandonata, Bri ne avrebbe comprata una nuova nel nuovo posto dove sarebbe andato a vivere. Passati altri anni i genitori si trasferirono ancora in un altro luogo. Non fu facile. Il padre e la madre non erano più giovani e trovare un nuovo lavoro, vendere l’appartamento e comprarne un altro era stata un’impresa. Capirono che sarebbe stato l’ultima volta, l’ultimo trasferimento, chiamarono Bri e gli spiegarono tutto.
Bri non se la prese, anzi accolse le parole della madre e del padre con un sorriso e disse che non c’era problema, se la sarebbe cavata, aveva intuito qualcosa ma non ne era sicuro, adesso sapeva cosa fare. Ormai era adulto. Bri attese ancora qualche mese e partì. Un giorno non lo trovarono più a casa, né sapevano con quale mezzo se ne erano andato. Bri non telefonò mai, mandava di tanto in tanto cartoline, non lettere, senza alcun indirizzo, senza alcun riferimento. Un giorno il padre trovò sotto il cuscino della moglie una foto in bianco e nero. Era la foto di Bri all’età di 6 mesi, una di quelle foto che si mettono sui documenti, un bel primo piano di Bri con gli occhi spalancati e le labbra serrate. Il padre si era dimentica della malattia del figlio, ma improvvisamente, tenendo in mano quella foto, si ricordò delle parole dell’oculista svizzero che aveva visitato Bri. Una malattia strana, incurabile: gli occhi di Bri immagazzinavano immagini, tutto, persone, cose, animali, tutto quello che vedeva come una cinepresa sempre accesa, tranne quando chiudeva le palpebre per dormire, ma questa “macchina” aveva un grande problema: una memoria corta. Le immagini che si ripetevano giornalmente diventavano vecchie e occupavano spazio, uno spazio limitato e giunte al limite l’unica salvezza per gli occhi di Bri era cancellare tutto e acquisire nuove immagini finché anche queste ultime non sarebbero diventate troppo vecchie e ingombranti e quindi sarebbero dovute essere sostituite da altre immagini, nuove mai “archiviate” prima.
Il padre ripose la foto sotto il cuscino della moglie. Tornò a dormire contento.

Ben singolare è la situazione di noialtri mortali. Ognuno di noi è su questa terra per una breve visita;egli non sa il perchè, ma assai spesso crede di averlo capito. Non si riflette profondamente e ci si limita a considerare un aspetto della vita quotidina; siamo qui per altri uomini: anzitutto per coloro dal cui sorriso e dal cui benessere dipende la nostra felicità, ma anche per quella moltitudine di sconosciuti alla cui sorte si incatena un vincolo di simpatia(…)
Società e personalità, Come io vedo il mondo. Albert Eistein

Ti rispondo con una mia poesia.

AUTORITRATTO

Sul ritmo delle mie tossi
L’essere comunista
Ciclista su pista
Perso sperso attraverso
I corridoi appena imbiancati
Felice senza sapere che lo fossi.

Fitto dolore al fianco
Ricordo agghiacciante
Del dì d’un sangue urlante
Porte corse morte
La barba continua a crescere
Nella corazza d’amianto bianco

Mamma bimba bambina
Grida roche da un letto
Mani ossute stese sul petto
Coccole frottole trottole
T’avrei voluto tanto abbracciare
Mentre ti riempivi di naftalina

Voci roboanti dal culo
Annuso l’aria contento
Schifatevi del portento
Grezzo lezzo in un rezzo
Sorrido con i denti larghi
Perché non ho coda da mulo

Mi racconti la nascita del dipartimento italianistica?
Il dipartimento di italianistica è nato perché ho rotto i coglioni a vari presidi e a un rettore, grazie all’aiuto di un’università italiana li ho portati in una città in Italia, sede di questa università, dove hanno mangiato bene e fatto shopping. Alla fine gli sono stato pur simpatico e hanno concesso l’apertura del dipartimento. Sicuramente io ci ho rimesso qualche malattia: pressione alta e ansia!
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“La Negra” che durante la mia visita abbiamo battezzato “la baldracca”, ha fatto compagnia alla tua vespa, un altro px. Cosa racconterebbero le sue lamiere se potessero parlare? 
Era un mostro trovato su un sito bosniaco di compra-vendita. L’ho comprata perché mi faceva pena, era una randagia piena di cicatrici. Alla fine, dopo averla portata da vari dottori, sono riuscito, grazie all’aiuto di un’entità spirituale chiamata “mago balcanico delle vespe” a rimetterla su. Me la sono goduta poco perché sono caduto, per colpa mia, non sua e sono finito su un tavolo operatorio…bellissima esperienza, ci potrei scrivere un libro, ma non lo farò!

Nel mio passaggio lento attraverso la Bosnia la marmitta è caduta una dozzina di volte, una di queste era a Travnik, città natale di un famoso scrittore. Quali sono secondo te i suoi luoghi del cuore?
Ivo Andrić parla di tutta la Bosnia ed Erzegovina, ne è rimasto legato, così come lo rimarrò io, ma per farlo ci tornava molto raramente! Ha impiegato i soldi vinti al Nobel per comprare libri per tutte le biblioteche della Bosnia ed Erzegovina, l’amava troppo perciò se n’è andato!
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