Dal buio, una luce.

Granello dopo granello la clessidra visualizza il tempo, un arnese maledetto l’orologio. Fornisce il confronto con il passato e sbatte in faccia le domande per il futuro come quando l’oste ti lancia l’ultima occhiata macchiando il vetro del bicchiere con i fondi rossi della bottiglia di vinaccia. “ Sei ancora qui? Cosa diavolo aspetti, muovi il culo e vattene! “ Sembra dire. Un sussulto corre lungo la schiena e scuote le ossa fino alle ultime falangi. Il cervello riprende vita al pari del braccio addormentato durante la notte quando il sangue fluisce nuovamente nelle vene. Segue un momento di torpore con imprecazioni di dolore, poi la mano inizia a muoversi ed è energia, possibilità, azione. Mesi di elucubrazioni sono giunti al termine la mente si rinnova e con un energico gesto il telo che copriva con vergogna la Negra è rimosso. La clessidra del professor Lumacorno, ricordo, si fermava quando la conversazione si faceva interessante. Forse l’unica possibilità che noi mortali abbiamo per fermare il tempo è smettere di osservare il suo scorrere.
Avevo dimenticato di aver chiuso nel mio taccuino una dedica di mia cugina B. infilata tra le pagine di “Ebano” ( Ryszard Kapuscinski)

“Non domandare tu mai
quando si chiuderà la tua
vita, la mia vita,
non tentare gli oroscopi d’oriente:
male è sapere, Leucònoe.
Meglio accettare quello che verrà,
gli altri inverni che Giove donerà
o se è l’ultimo, questo
che stanca il mare etrusco
e gli scogli di pomice leggera.
Ma sii saggia: e filtra vino
e recidi la speranza
lontana, perché breve è il nostro
cammino, e ora, mentre
si parla, il tempo
è già in fuga, come se ci odiasse!
Così cogli la giornata,
non credere al domani”.

Orazio, Odi, Libro I, 11 ( 23 a.C.)
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