“ Добродошао “ (benvenuto)

Serbia.
Il confine tra la Bosnia Herzegovina e la Serbia è custodito nel letto della Drina. Un fiume idealmente diviso a metà dove, stando a quello che dicono gli anziani di Mali Zvornik, persino i pesci nuotano ordinatamente secondo la scelta politica o l’appartenenza etnica. “La Negra” conquista gli sguardi di un paio di ragazzi appoggiati al muro che con movenze di “picciotti” rispondono al mio saluto con un’alzata di sopracciglia o una smorfia labiale. Un ponte di ferro, ora a uso pedonale, permette il passaggio tra i due stati, tutto il traffico motorizzato invece sfila a destra della città e dopo una serie di curve si immette su un ponte che precede la sbarra del controllo passaporti. Il poliziotto esce dal gabbiotto e dietro gli occhiali scuri mi indica il bagaglio anteriore della Vespa. Lo apro permettendogli di infilarci le mani e il grugno. L’iniziale gelo scompare completamente alla vista di una piccola bottiglia di rakjia regalatami dagli amici bosniaci. Lo sbirro si toglie gli occhiali e guardandomi dritto negli occhi scandisce: “Italiano. Rakjia. Good.” Con sorriso beffardo mi lancia addosso il passaporto e mi fa cenno di entrare in Serbia. “ Добродошао “ (benvenuto).
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